Da qualche tempo leggo abitualmente blogs che parlano di economia.
Di mio sono un liberal anti-keynesiano, fautore della flat tax; per questo, forse, mi ritrovo spessissimo a pensarla come
Oscar Giannino.

Già direttore del notevole
Libero Mercato, gattofilo convinto e personaggio culturalmente molto sopra la media, in questo periodo tiene una rubrica economica su
Radio24 e soprattutto ha appena fondato
un nuovo blog dedicato totalmente al gruppo di economisti di Chicago. In questa fase recessiva, il suo scopo è proprio quello di riportare alla luce il loro vero pensiero ampiamente distorto dai keynesiani statalisti e del gruppo di Londra che tanti danni ha fatto in questi 30 anni.
Quando poi, come ha fatto oggi, se la prende con le bugie e i contorcimenti a posteriori di
Krugman, vedi
qui, confesso che provo un piacere perverso.
Riporto il post, per rispetto a un economista che si, non la pensa come
Tremonti, ma al quale non si può negare schiettezza, sincerità e chiarezza tali che anche un inesperto lettore come me di argomenti macroeconomici riesca ad afferrarne i concetti principali.
E so per certo che il ministro dell'Economia lo rispetta profondamente.
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L’ultima di Krugman, una boiata pazzesca
Vale la pena della lettura, il saggetto di Paul Krugman sul New York Times Magazine. E’ una sintesi paradigmatica delle più clamorose forzature e scemenze alle quali possa spingersi la caricaturale volgarizzazione della scuola in cui ci riconosciamo, da queste parti. Poiché gli era capitato di affermare che la scuola di Chicago ormai era roba da Medioevo oscurantista, l’amara marcia indietro rispetto a tante conquiste deel pensiero amaramente ottenute, finalmente Krugman si sente in dovere di spiegare per esteso la sua verità. Paradossalmente ma non troppo, è un’articolessa che parte da toni e domande pressoché tremontiani, chiedendosi come mai l’economia si sia ridotta al nulla capire se non ex post. Lo sviluppo della sua tesi purtroppo avviene con toni e concatenazioni tali da piacere con facilità al lettore sprovveduto. Come sempre capita, la letteratura satirica si legge meglio e più di gusto di quella seria. Eppure anche Krugman, alla fin fine, deve ammettere che i neokeynesiai non ci hanno capito un’acca.Da Adam Smith a Eugene Fama, da Bob Prescott a Bob Lucas, da Casey Mulligan a John Cochrane - tre di questi mi sono stati maestri - Krugman si diverte a dare del pensiero di tutta una descrizione canagliesca, totalmente coerente al pregiudizio che la sinistra liberal ne nutre da sempre, e che oggi riesplode violento. Dagli anni Sessanta in poi, dice Krugman, grazie all’influenza iniziale di quel Milton Friedman che egli spaccia praticamente per keynesiano - non riesce a dirne male - anche se fiscalmente conservatore, la macroeconomia negli USA è entrata sempre più in una notte del pensiero, grazie a quella che lui presenta come una banda di spacciatori di bubbuole per i quali la disoccupazione era praticamente un fenomeno volontario dovuto a scansafatiche, i mercati erano perfettamente in grado di autoequilibrarsi, gli attori del mercato perfettamente razionali.
Queste tre cialtronerie sono la più classica e selvaggia messa in berlina di tesi di Chicago che nulla hanno a che vedere con tale diffamante messa in berlina: l’inutilità degli sforzi fiscali contro il tasso di disoccupazione naturale, il Capital Asset Pricing Model, la teoria del prezzo-che rispecchia-l’informazione di Fama. Krugman lo sa naturalmente benissimo, ma per il grande pubblico sciabola fesserie del tipo: ”Mundell stava allora all’Università del Minnesota, pensate da quale pensatoio provengono queste frescacce”, mentre naturalmente Princeton, Harvard e MIT neokeynesiane sono l’unica culla di civiltà; Mankiw, Blanchard e Romer gli unici resistenti in nome di Keynes contro le forze del male.
E tuttavia… anche Krugman deve ammetterlo, che i neokeynesiani non avevano dato alcuna importanza alla finanza ad alta leva che finiva per drogare il meccanismo di trasmissione monetaria. “Una disattenzione che ora deve finire”, pontifica quatto quatto. Peccato che la crisi venga di lì, e dalle politiche monetarie lasche che Friedman avversava. Potrà piacere sino alla morte il tax and spend keynesiano a Krugman, ma questa ammissione en passant lo consegna definitivamente a una forma di avanspettacolo alla Bagaglino. Un Grillo dell’economia, un Travaglio dell’accademia. Prosit.
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